Con questo portatile, presentato al pubblico la prima volta nel Maggio 2001, Apple definisce chiaramente quello che sarà stilisticamente il linguaggio comune per tutti i suoi successivi modelli: vengono abbandonati i colori vivaci assieme alle forme curve e sinuose, con un taglio netto.
Il design da quel momento sarebbe stato interpretato come essenzialità e minimalismo.
La superficie in policarbonato dal colore neutro sarebbe diventato caratteristica dei modelli consumer, mentre per le macchine professionali venne scelto l’alluminio anodizzato. Questo fu un passaggio chiave per quanto concerne la nascita di un family feeling a cui oggi siamo tanto abituati.
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Il design liquido dello Studio Display TFT da 17 pollici, definito dal case in policarbonato trasperente e grigio alluminio, suggerisce quella qualità costruttiva e tecnologica alla quale, sicuramente, Apple tende.
Promessa mantenuta in quanto l’impegno speso nella forma equivale a quello speso della sostanza.
Questo schermo TFT a matrice attiva è in grado di riprodurre i colori con grande precisione, ciò grazie al contrasto di 350:1, a una risoluzione massima di 1280×1024 pixel e a un formato di 5:4.
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Nell’estate del 2002, dai laboratori di Cupertino uscì il primo eMac. Inizialmente dedicato esclusivamente al mercato educational, appena un paio di mesi dopo a fronte di un interesse più generalizzato del previsto, venne estesa la possibilità di acquisto anche ad utenti singoli.
Questo computer era dunque pensato per scopi didattici e offerto ad un prezzo inferiore rispetto a tutta la gamma Apple, al costo di una semplificazione della componentistica. L’eMac era composto da un case bianco lucido che integrava lo schermo piatto da 17 pollici CRT ( risoluzione massima di 1280 x 960 pixel ), le piccole casse audio frontali, l’unità ottica e infine il sistema vero e proprio.Il concetto era omologo a quello caratteristico del “vecchio” iMac DV.
L’eMac prima serie era animato da un processore PowerPc G4 (serie 7475) con una velocità di clock che andava dai 700 agli 800 MHz e un disco rigido di 40 o 60 Giga. Inizialmente privo di masterizzatore, venne aggiunto in coincidenza con la commercializzazione “libera” del prodotto, e in seguito sul modello di punta ci sarebbe stato spazio anche per il SuperDrive.
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Inversamente dalla linea concettuale seguita per i portatili professionali di casa Apple, per la fascia dedicata ad utenze home, education o che non necessitano di macchine di elevato profilo e costo, ecco che nel 1999 nasce l’iBook.
La premessa non assume assolutamente un significato dequalificante per una tipologia di utenti che agli occhi dei progettisti rappresentano i pro-user del domani oppure più semplicemente un target differente, comunque attento ed esigente.
L’iBook G3 a conchiglia rimuove, per quanto riguarda i portatili, quella barriera seriosa ed austera già superata per i computer fissi con i iMac DV usciti l’anno precedente. Giocoso, divertente e dall’aspetto glamour, pensato per Internet (che stava diventando una realtà ordinaria), l’iBook a conchiglia sfoggia un case traslucido caratterizzato da colori brillanti e giovani come il verde acido, l’arancio, l’azzurro.
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Quello che stabilì la Apple realizzando il Power Mac G4 Cube era la capacità di spostare l’oggetto tecnologico verso un piano di assoluto design. Il cubo era ed è tutt’ora un computer che rinnega l’identità amorfa di freddo calcolatore per rivendicare uno status di icona carismatica nella storia dell’informatica moderna.
Perchè rimase in produzione solo un anno, dal 2000 al 2001, senza ricevere ulteriori aggiornamenti?
Il cubo era stato pensato per chi voleva qualcosa in più dell’iMac, senza impegnarsi nei più professionali PowerMac. Questa era una via di mezzo che forniva libertà dal punto di vista dello schermo (a differenza dell’iMac) e limitazioni per quanto riguarda l’espandibilità (a differenza del PowerMac).
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Nell’ormai lontano 1984 la Apple dopo successi parziali o clamorosi flop (tipo “Lisa”), produsse un computer facile da utilizzare, bello e soprattutto innovativo: il Macintosh.
Nessuna sigla a parte la melina appariva sul case, solo la scritta Macintosh sul retro. (Successivamente all’uscita del modello a 512K di Ram venne aggiunta la dicitura 128K per distinguerlo dal primo.)
Nel 1984 spopolava il mitico Commodore 64 (non pochi ricorderanno i videogiochi su cassetta, che puntualmente non si caricavano..) e la Apple pensò di creare un computer autosufficiente e capace di avere un’identità autonoma, integrando un monitor da 9 pollici in bianco e nero composto da 512×342 pixel, un mouse con un solo pulsante, un’uscita per la stampante, una per un’unità floppy esterna e soprattutto un’interfaccia, per quanto riguarda il sistema operativo, completamente grafica.
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Il più piccolo portatile firmato Apple, il MacBook, si lascia alle spalle le indecisioni che avevano contraddistinto la sua recente evoluzione (12 o 14 pollici oppure PowerBook da 12″? ) per riservarsi uno spazio tutto suo.
Con un unico modello per quanto riguarda il formato e con uno schermo che ora adotta una via di mezzo di 13,3 pollici e una risoluzione portata a 1280 x 800 pixel, il MacBook di ultima generazione si designa essere un ottimo strumento di lavoro in grado di coniugare la praticità alle prestazioni.
Praticità intesa come possibilità di sfruttare questo portatile nel suo essere vero e proprio oggetto urbano, leggero (2,36 kg), piccolo (L 32,5 P 22,7 H 2,75) e resistente agli urti, si può infilare comodamente in tracolle o borse o zainetti vari.
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Airport Express si propone come una soluzione Wireless per reti domestiche con la particolarità di trasferire anche dati audio dalla libreria di iTunes.
Il concetto sviluppato dai progettisti di Cupertino è quello di unire la praticità di un antenna wireless allo stereo di casa, in modo tale da poter ricevere in salotto la playlist o i brani preferiti direttamente dal Mac o Pc.
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L’altro giorno sono andato alla presentazione di un nuovo negozio di arredi. Total white era la parola d’ordine per l’idea progettuale, dopo un breve giro mi accorgo con sorpresa della coppia di iMac 24″ pronti a lavorare sulle loro scrivanie.
In un contesto moderno e trendy come quello in cui mi trovo devo ammettere che l’iMac si inserice perfettamente. Non resisto e inevitabilmente lo provo, lasciando perdere per una quarantina di minuti il rinfresco.
Ovviamente il “pezzo forte” è lo schermo: nitido, brillante e coerente nel riportare agli occhi i colori primari. Non si evidenziano aloni inaspettati al centro e ai bordi, così come rumore nei contrasti. Provo i programmi CAD e 3D installati: mi sembra di disegnare su un’A2 (..ripenso a quando all’università seguivo “disegno automatico” su un monitor CRT da 15″!).
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Quando a casa della mia amica Simona ho visto da un giorno all’altro comparire al posto del case grigio-scuro del suo vecchio PC, il Mac Mini, ho avuto per qualche secondo la tipica ansia dell’uomo quando non ricorda qualcosa di “importante” con Lei che ti fissa… nel momento sbagliato. Fortunatamente (stavolta) non era così.
Tornando al Mac Mini, l’impressione che ho avuto al primo colpo d’occhio è di estrema sobrietà sia nei volumi che nella forma. Se avesse un piccolo display incorporato penserei più ad un “mega-iPod” che ad un computer vero e proprio.
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